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Imperfect: mappatura di pelli umane

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In questo mio lavoro ho sottolineato l’aspetto concettuale e astratto della natura umana attraverso una serie di macrofotografie della pelle. L’essere umano viene rappresentato attraverso la sua corazza, la sua parte esterna. Non vi sono parti riconoscibili nella loro definizione anatomica, non ci sono distinzioni di tipo sessuale o anagrafico. Le singole persone non possono essere riconosciute, se non attraverso le piccole o grandi imperfezioni che le rendono uniche.
La pelle è la crosta terrestre del nostro mondo, un involucro che riveste tutto il nostro corpo, il mezzo più completo di protezione passiva. Simbolicamente parlando assume il carattere di linea di con ne: è l’unico limite materiale posto al nostro mondo interiore, ciò che separa e divide bruscamente il candore interno dalla crudeltà del mondo esteriore di cui porta le cicatrici.
Nel mio lavoro ho voluto isolare ed astrarre parti della pelle: segni, rughe, nei o cicatrici. Attraverso una serie di macrofotografie le ho isolate dalla parte del corpo in cui si trovano per esaltarne l’unicità e le peculiarità, non vi sono parti riconoscibili nella loro definizione anatomica, non ci sono distinzioni di tipo sessuale o anagrafico. L’artista Giuseppe Penone sostiene che l’uomo ha una capacità limitata di riconoscere forme che non sia antropomorfe, zoomorfe o geometriche: di fronte a questi miei scatti l’osservatore si trova incapace di collocare con certezza in una determinata parte anatomica del corpo ciò che è rappresentato nelle immagini. L’astrazione mi ha anche permesso di rendere i soggetti pressoché irriconoscibili agli occhi di chi guarda: non c’è identità, sono corpi senza volto.
Io ho esplorato i corpi di cinque persone a me care, corpi che già conoscevo, ma di cui ho voluto approfondirne la conoscenza per poi depersonalizzarli. Il corpo diventa oggetto sorprendente ed intrigante, affascinante nei suoi dettagli più nascosti.
Ho voluto lavorare e focalizzarmi sui dettagli poiché essi sono la nostra unicità, unicità in questo mio lavoro data dalla nostra parte più esterna e più esposta: la pelle, spesso soggetto di discriminazioni o di ossessioni contro i suoi “difetti”. Al contrario di quanto si possa pensare la nostra pelle racconta molto più di quanto vorremmo, anzi, può essere considerata una sorta di carta d’identità: osservandola si possono capire molte più cose di quanto immaginiamo.
La pelle ci distingue gli uni dagli altri, sia in senso negativo in quanto può diventare motivo di discriminazione razziale, sia in senso positivo perché rende ognuno di noi riconoscibile grazie ai piccoli o grandi segni che portiamo su di noi, segni di cui spesso sono a conoscenza solo la persona stessa che li ha o persone ad essa vicine.
In questo lavoro rappresento l’essere umano attraverso la sua corazza esterna, imperfetta così com’è nella sua natura: i soggetti non possono essere identificati se non riconoscendo le piccole o grandi imperfezioni che rendono unici tutti noi. Difetti che spesso le persone, sia i soggetti ritratti sia gli osservatori, vedono come “negativi” ed in quanto tali tendono a nasconderli o modificarli poiché considerati antiestetici secondo gli assurdi canoni di bellezza della società di oggi che sembra voler negare la natura umana ed il corso naturale della vita. Io, al contrario, ho voluto non solo portare alla luce i segni, le rughe e le cicatrici ma, anzi, li ho messi in primo piano, davanti agli occhi di tutti: vorrei non solo fare in modo che la gente veda queste imperfezioni ma, ancor di più, vorrei che le persone siano in grado prendersi del tempo per fermarsi ad osservare queste immagini, imparando ad apprezzare la bellezza di questi difetti. Bellezza che sta proprio nella loro unicità, bellezza che non siamo più in grado di riconoscere: stiamo perdendo la capacità di vederci ed apprezzarci, di piacerci così come la natura ha voluto che fossimo. Cicatrici quando cadiamo, nei grandi o piccoli, brufoli durante l’adolescenza, rughe nella vecchiaia: tutto ciò fa parte di noi e, soprattutto, della nostra storia. Una storia che dobbiamo smettere di negare e che dovremmo iniziare a raccontare: tutti i nostri segni, i nostri difetti, le nostre imperfezioni siamo noi ed essi ci rappresentano: sono ciò che viene visto dal mondo. Il desiderio sfrenato di cambiarsi, di mostrarsi per ciò che non si è, è segno di insicurezza interiore, di una paura di non essere accettati dagli altri per ciò che si è e di un’incapacità di affrontare il tempo che passa inesorabile scalfendo i nostri volti.
Con questa mia opera sento di volermi spingere oltre il visibile attraverso la parte più visibile delle persone. Ho viaggiato sui corpi di questi cinque soggetti, come un marinaio del periodo pre-galileiano che si spinge oltre, mosso dalla curiosità, voglioso di scoprire ma timoroso di sprofondare. Ho esplorato, ho catalogato queste persone attraversi le loro imperfezioni, ho montato ed esposto queste mie fotografie così come in un museo di scienze naturali sono esposte le farfalle o gli insetti dopo essere stati catalogati.
La nostra pelle come unico contatto con l’esterno, è fonte di sensazioni e centro del senso del tatto: ci permette di vedere ad occhi chiusi.
La pelle non più vista come limite fisico tra noi ed il mondo ma come collegamento mentale tra ciò che è racchiuso nel nostro corpo, la nostra anima, e ciò che sta al di fuori di esso, la realtà che ci circonda.

 

Imperfect I

 

Imperfect II

 

Imperfect III

 

Imperfect IV

 

Imperfect V

 

Opere esposte dal 24 al 28 maggio 2017 @Spazio Tadini, Milano (MI) con il progetto “True Love” di Jordan Angelo Cozzi in occasione della mostra “Ti amo più della mia stessa pelle”, curata da Agata Petralia.

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